L’Expo ha chiuso i battenti da poco più di quarantottore ma già mi manca. Maledettamente. L’ultimo giorno ho scelto di non esserci. Gli addii non mi sono mai piaciuti. Meglio salutarsi come se ci si dovesse rivedere il giorno dopo. Ed è quello che ho fatto giovedì 29 ottobre. Mi sento, però, di raccontare quel che mi rimane di Expo. Preciso subito: non voglio fare il bilancio del Casalingo di Voghera. In questi giorni di giudizi conclusivi, pagelle, classifiche, rendiconti ce ne sono fin troppi. E non voglio aggiungere i miei. Ci sono 21 milioni e mezzo di Expo. Una per ciascun visitatore che ha varcato i tornelli in questi sei mesi. Io racconterò la mia.

  • Foto Daniela Boito

Possiamo ancora pensare in grande

L’esposizione universale mi ha dimostrato che è ancora possibile pensare in grande. Dopo il minimalismo con il loden di montiana memoria, siamo stati un po’ tutti indotti a credere che il tempo dei grandi progetti, delle grandi idee e dei grandi traguardi fosse finito. Relegato in uno ieri sempre più distante e meno agevole da imitare. Non è così e non lo è mai stato. Anche con le pezze al sedere e una mandria di parassiti pubblici da tirarci dietro (il caso del Comune di Sanremo è esemplare) riusciamo a centrare anche gli obiettivi più ambiziosi. Per non parlare poi del partito del No che ha provato in ogni modo a far naufragare l’esposizione universale. In questo caso missione fallita anche se Barbacetto e compagni, con la solita abilità dimostrata nell’utilizzo delle ventose per arrampicarsi sugli specchi, insistono a parlare di flop. Peggio per loro.

La dimensione sociale dell’evento

Fra i protagonisti assoluti dell’Expo c’è la gente che lo ha visitato in massa, facendolo diventare un potentissimo rito collettivo. Giovani, anziani, studenti, analfabeti, operai, professionisti. Mi ha stupito la dimensione interclassista del richiamo che la manifestazione ha esercitato sulle persone. Ciascuno è stato a Rho con un motivo e un’aspettativa un po’ diversi dagli altri. Trovando quasi sempre quel che cercava. Anche perché nel quartiere fieristico ce n’era per tutti i gusti. Oltre al tour dei padiglioni, si poteva fare quello dei ristoranti e delle tavole calde, oppure seguire una conferenza impegnata a Cascina Triulza. L’organizzazione è stata brava a fornire infiniti piani di lettura.

E poi c’è stato il volano del WebCloud_Expo

Oltre a percorrere infinite volte il Cardo e il Decumano, i sei mesi di Expo ho avuto modo di viverli su internet e sui social network. E ho capito quanto possa essere potente il Web. A fianco delle innumerevoli leggende metropolitane sulla manifestazione (la madre di tutte le bufale è stato l’#expoflop lanciato dal Fatto Quotidiano) sulla rete l’esposizione universale è stata fra i temi più dibattuti, per settimane nella top5  di Blogmeter. Seguendo i post di Giacomo Biraghi, l’#expottimista, ho capito come si possa fare informazione corretta su un evento attraverso i social. E ho avuto la possibilità di vivere dal di dentro il fenomeno Expo sul Web. Un’esperienza impagabile per comprendere quali siano le enormi potenzialità dei mondi virtuali, se correlati a un evento totalizzante come quello che si è svolto a Rho.

Il coinvolgimento emotivo

Unico, finora, e probabilmente irripetibile il livello di coinvolgimento emotivo delle persone che hanno vissuto dal di dentro l’esposizione universale. Penso al personale dei padiglioni e dell’organizzazione e alle migliaia di volontari che si sono succeduti di settimana in settimana. Ammirevole la dedizione con la quale queste persone hanno assolto ciascuna al proprio compito. Scontrandosi spesso sul Web con gli #expodistruttori che pretendevano di spiegare e naturalmente demolire l’evento, spesso senza aver varcato per una sola volta i tornelli d’ingresso. Ho seguito con grande interesse l’enorme lavoro svolto da alcuni di loro sul gruppo Facebook Expo Milano 2015: consigli per gli utenti, per supportare i visitatori con indicazioni, suggerimenti, chiarimenti, itinerari. Con l’appendice dedicata agli approfondimenti (e inevitabilmente alle polemiche) Expo, discussioni sul tema. Quanti insistono tuttora con il ritornello dei ragazzi «sfruttati» dalle multinazionali del cibo e dal commissario unico Giuseppe Sala, farebbero bene a farsi un giro su queste risorse online. Caldamente consigliate anche ai direttori del personale e ai manager in cerca di ispirazioni per motivare i dipendenti.

Sapori, suoni e colori dell’Expo

Per finire le istantanee della memoria che porterò sempre con me. Un mix di sapori, suoni e colori dell’Expo. Migliaia di volti incontrati sul Decumano. Atmosfere irripetibili. Le patatine fritte del Belgio. I pancake alla Nutella dell’Olanda, lo zighinì del ristorante eritreo e l’hummus di quello giordano. E poi i colori sgargianti della Colombia e dell’Ecuador, le metafore lievi ma efficaci del padiglione coreano. Una galleria di polaroid multi sensoriali che non dimenticherò mai.

Ho deciso di illustrare questo post non con le foto che ho scattato io stesso a migliaia, ma con quelle di Daniela Boito (ecco il link alla sua pagina di Facebook): guardandole mi son ritrovato a vivere le atmosfere che raccontano. Come se mi trovassi ancora fra i padiglioni. Forse il segreto è proprio questo, il respiro dell’Expo lo possiamo rivivere attraverso le testimonianze degli «altri» che hanno condiviso con noi questa esperienza meravigliosa.

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