L’Expo non è di destra né di sinistra, Lo dimostra indirettamente il partito di quanti partecipano a un gioco che va molto di moda. Intitolato «Vi spiego io l’Expo flop». Il Decumano è pieno di gente al punto da faticare ad attraversarlo? È un falso fotografico. I biglietti serali a data chiusa sono «full» per diversi giorni? Balle, inventate da Sala (Giuseppe Sala, il commissario unico di Expo). Le code di ore ai padiglioni? Create ad arte dagli staff, per dare l’impressione che ci sia tanta gente. A queste balle è inutile tentar di dare una risposta. Ma ce ne sono altre, ben più argomentate, che al contrario meritano attenzione. Parto dall’ultima bufala in ordine di tempo, quella degli 88 milioni a carico dell’Inps per pagare l’ingresso ai pensionati.

1. L’ingresso gratis ai pensionati ci costa 88 milioni di euro

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Foto di Alessandro Pietra – http://alessandrofoto.weebly.com

Il 6 agosto un quotidiano nazionale titolava: «Due milioni di pensionati per nascondere l’Expo flop». Aggiungendo: «L’operazione costa 88 milioni di euro, ma l’Inps smentisce l’esborso…». La tesi è grottesca. Siccome l’Expo ha deciso di aprire le porte a 2,2 milioni di pensionati a basso reddito, ballano 88 milioni di euro. Pari al biglietto intero moltiplicato per i pensionati. Cifra che l’Inps deve coprire. Poco importa che si tratti di ingressi omaggio e che l’Inps non debba pagare nulla perché non esiste alcuna partita contabile da saldare. Secondo l’autore dell’articolo, un’altra perdita la deve sostenere Trenitalia che si è offerta di trasportare all’Expo i vecchietti a metà prezzo. Grande confusione: la metà non incassata dalle Ferrovie non è una perdita perché quello sostenuto da FS per trasportare i pensionati è un costo marginale. Aggiuntivo cioè a quelli d’esercizio. Per l’Expo non c’è neppure il costo marginale. Semmai un mancato ricavo, che però non c’entra nulla con le perdite. Alla fine gli unici a sborsare qualcosa (per il viaggio) sono i vecchietti.

2. Per il turismo l’esposizione è un fallimento. A Milano non si vede nessuno

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Altro argomento ricorrente nei ragionamenti di quanti non perdono l’occasione per demolire l’evento dell’anno è che il flusso di turisti non ne ha risentito se non marginalmente. Nulla di più falso. Il 7 agosto la Camera di commercio di Monza ha diffuso gli ultimi dati sull’impatto dell’Expo nel comparto turistico (ecco la nota).a Miilano le presenze sono cresciute del 32,6%, in Brianza del 18,3 e a venezia, che non è proprio dietro l’angolo rispetto a Rho, del 20,9%. L’effetto più significativo è l’impennata del 32,6% registrata nelle prenotazioni degli alberghi a Milano, legate direttamente all’esposizione universale. E anche i dati sui ricavi sono più che positivi. Nella sola Lombardia l’indotto legato all’Expo, soltanto nel mese di luglio, ammonta a 20 milioni di euro, con il 40,9% delle strutture che dichiara un aumento delle presenze motivato da Expo in media del 32,6% rispetto allo stesso mese 2014. E dati sono equivocabili, eppure l’assenza di turisti è una delle motivazioni più ricorrenti utilizzate dagli expodistruttori per sostenere le loro tesi.

3. La qualità del cibo è pessima

ristoranti-expoL’ultimo in ordine di tempo a stabilire che all’esposizione universale si mangi male è stato lo scrittore Vincenzo Latronico che su Internazionale ha pubblicato una stroncatura della manifestazione (Dietro le esagerazioni di Expo non c’è niente), seconda soltanto a quelle più illustri firmate da Marco Travaglio e Gianni Barbacetto. Scrive Latronico: «Quello che colpisce, alla fiera del cibo, è la pessima qualità del cibo. Non parlo degli chef stellati; quelli ci sono ma costano cari, e dopo aver pagato 34 euro di ingresso non me ne restavano 75 per mangiare allo stand di Identità Golose (nel pomeriggio era disponibile un menù a prezzo più basso, con le preparazioni avanzate dal pranzo, ma a quel punto non avevo più fame). In generale, penso che chi può permettersi di mangiare a questa cifra preferisca farlo in un posto che non sia strapieno di turisti, nel frastuono dei bonghi e con annunci promozionali a tutto volume ogni cinque minuti. Però dove non c’erano le stelle la qualità era molto diversa da quello che si poteva immaginare». Una descrizione grottesca per chi ha frequentato un po’ i locali dell’esposizione universale. Faccio fatica ad esempio a immaginare come si possa essere disturbati dai bonghi o dalla musica al Bibigo (Corea), al ristorante russo o nelle sale accoglienti di Identità Golose.(dove non si cucinano gli avanzi del pasto precedente!). E fatico a immaginare come faccia Latronico a sentenziare che tutti i cibi serviti all’Expo siano di pessima qualità. Ha provato gli oltre 100 fra ristoranti, food corner e chioschi che si incontrano nel quartiere espositivo? In alcuni la qualità dei piatti è francamente scarsa. In altri mi è capitato di pranzare magnificamente. Stento a credere comunque che nel corso di una visita durata un giorno Latronico abbia potuto provarne più di quattro o cinque. Però secondo lui si mangia male ovunque.

4. Per mangiare una famiglia deve spendere una fortuna

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L’Expo è il posto più caro d’Italia. Altra bufala che mi sono sentito raccontare da amici e colleghi che neppure avevano messo piede all’esposizione universale. In questo caso, come negli altri, i mass media contribuiscono ad amplificare quel che non è. Un caso per tutti: la puntata della trasmissione La Gabbia andata in onda appena dopo l’inaugurazione. Dopo aver scelto i locali più cari, il servizio (ecco il link su YouTube) conclude che per mangiare all’Expo una famiglia debba spendere 500 euro. Forse, pranzando al ristorante giapponese e scegliendo solo i piatti più costosi, si arriva a questa cifra. In tutti gli altri casi il conto è di molto inferiore. Basta consultare il sito Zomato, la risorsa web più completa in tema, per verificare che i prezzi nei ristoranti (escludendo bar e food corner) vanno in media dai 30 agli 80 euro a coperto. Molto simili a quelli praticati dai locali milanesi, escluso il centro storico, dove i conti sono ben più salati.

5. L’Expo è soltanto una Gardaland dell’alimentazione

Il padiglione di Israele

Il padiglione di Israele con il campo verticale, una delle attrazioni dell’esposizione universale

Qui le fonti sono così numerose che fatico a sceglierne una. A rotazione hanno scritto un po’ tutti i giornali che l’Expo sia la Gardaland della tavola. Peccato che non sia assolutamente vero. C’è da perdersi tra i padiglioni e i cluster se si volesse approfondire i grandi temi dell’alimentazione. Personalmente raccomando la visita a quattro padiglioni – Irlanda, Israele, Germania, Corea – un’area tematica, vale a dire il Future Food District e un cluster, quello del caffè. Gli irlandesi raccontano il loro progetto Origin Green per le filiere agroalimentari trasparenti, certificate e socialmente sostenibili. Gli israeliani come hanno trasformato lande desertiche in orti e frutteti e mettono a disposizione le tecnologie per farlo a tutti i Paesi che le chiedessero. Il padiglione tedesco è stato una sorpresa: mai mi sarei aspettato di sentir parlare a casa della Merkel di biodiversità e etichette d’origine; eppure è successo. I coreani, infine, con metafore lievi ma incisive descrivono la loro versione dello slow food in salsa orientale, vecchio di almeno un millennio.Al supermercato del futuro, la Coop ha avuto il coraggio di parlare di origine delle materie prime alimentari e di esplicitarla con le «etichette aumentate». Il cluster del caffè è divertente e istruttivo al tempo stesso. Oltre a confrontarsi con culture gastronomiche diverse dalla nostra, in cui la bevanda nera e bollente assume contenuti inattesi, si può capire cosa significhi per i produttori africani e sudamericani. Poi ci sono Slow Food, Cascina Triulza, il padiglione «No farmers no party» della Coldiretti e «Cibus è Italia» di Federalimentare. Un tour che può richiedere ben più di una giornata.

6. La presenza di Coca Cola, McDonald’s e Ferrero, dimostra che contano soltanto i soldi

L'interno del padiglione Coca Cola

L’interno del padiglione Coca Cola

Le multinazionali hanno approfittato dell’esposizione universale per realizzare operazioni di green washing in grande stile. Questo è difficile negarlo. E magari si sono dimenticate di raccontare le iniziative più «spendibili», come nel caso della Ferrero che ha concluso un accordo con i produttori di nocciole della Sicilia, rendendo un po’ più sostenibile la Nutella. Intesa di cui però non si trova traccia nel padiglione della dinasty dolciaria piemontese. Non di meno queste aziende sono parte integrante dell’universo alimentare. Che senso ha escluderle. In base a qual principio Sala avrebbe dovuto dire «no»? Perché non sono politically correct? E poi, francamente, sono divertenti per adulti e ragazzi, come nel caso della Coca Cola, offrono più d’un momento di svago ai visitatori più piccoli (Ferrero). Oppure, parlo di McDonald’s, sono uno fast food come se ne trovano ai quattro angoli d’Italia. Io non li frequento e mi guardo bene dall’andarci all’Expo. Ma esistono e farne delle vittime di un proibizionismo alimentar-ideologico, avrebbe causato più danni che benefici.

7. I cluster che raccolgono i Paesi meno avanzati sono un flop

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I cluster erano una delle scommesse dell’organizzazione italiana di Expo. L’idea di partenza era dare l’opportunità di essere presenti anche ai Paesi meno avanzati. Così è stato. Ciascun Paese, naturalmente, partecipa come può, stante le limitazioni tematiche. Il cluster del caffè, ad esempio. è complessivamente interessante e ben riuscito, grazie anche all’intervento provvidenziale di Illy. Quello dei tuberi molto meno. Ma questa situazione riflette soprattutto la realtà e le differenze, culturali più che economiche, che separano i Paesi in via di sviluppo. Etichettare i cluster come un flop è ingeneroso, soprattutto per quegli Stati che hanno fatto uno sforzo notevole per coprire la loro installazione per i sei mesi di durata dell’Expo.Certo, in taluni stand si parla poco di alimentazione e i cluster dedicati alle isole e alle zone aride sono molto (troppo) decentrati rispetto al Decumano per intercettare il grande flusso dei visitatori. Ma i contenuti riflettono la capacità dei singoli Paesi di concepire  una presenza adeguata all’Expo. Il mondo è bello proprio per queste differenze. E non escludo che i responsabili di quei padiglioni apprendano qualcosa proprio dal confronto tra la loro presenza e quella degli altri Paesi. Che poi è uno degli obiettivi dell’esposizione.

8. I lavoratori vengono sfruttati. Sono braccia a perdere

Foto da volunteer.expo.org

Foto da volunteer.expo.org

Quello del personale sfruttato è stato uno dei cavalli di battaglia degli expodistruttori. Prima con i volontari, poi con i lavoratori temporanei, inviati in missione all’Expo dalle più importanti agenzie private per il lavoro: c’è mancato poco che scattasse l’accusa di caporalato. Ed è passato quasi sotto silenzio l’accordo sottoscritto tra Gi Group e i sindacati di categoria con un pacchetto di interventi per ricollocare 400 somministrati alla fine dell’esposizione universale. Ho l’impressione che l’importante non fosse tanto la sorte di queste persone, quanto la possibilità di usarle contro Sala e contro l’Expo. Nessuno, fra quanti hanno puntato il dito accusatore, si è preoccupato di chiedere il parere dei diretti interessati. A leggere i post che pubblicano sui propri profili Facebook non sembra proprio che lamentino di essere stati sfruttati. Anzi: manifestano una grande nostalgia dell’Expo. Perché non far parlare loro?

9. L’esposizione universale è un’orgia di materiali sprecati

La seconda vita del padiglione di Monaco sarà nel Burkina Faso (da www.monacopavilion.com)

La seconda vita del padiglione di Monaco sarà nel Burkina Faso (da www.monacopavilion.com)

A esposizione universale aperta da pochi giorni – erano i primi di maggio – arrivava la bocciatura inappellabile da parte della stampa estera. I più negativi, come sempre quando un evento si svolge in Italia, erano i giornali tedeschi. Scriveva sull’Expo la Frankfurter Allgemeine Zeitung: «È un’orgia di spreco di materiali organizzata in dimensione epocale, nella quale le piantine del riso, le macchine per l’agricoltura, i chicchi del caffè vengono esposti come i pezzi migliori della fiera in una montagna di acciaio drammaticamente modellato e parametricamente distorto, di legno e di vetro ricoperto di plastica». E ancora: «Le organizzazioni e le aziende di 140 Paesi hanno costruito padiglioni che costano ognuno tra i dieci e i trenta milioni di euro. E in gran parte saranno demoliti dopo il 31 ottobre». La prima parte, quella sulle piantine di riso e i chicchi di caffè, si commenta da sola. Chiunque abbia messo piede all’Expo a rileggere le sciocchezze della Faz non può che farsi una sonora risata. La chiusa è irrevocabilmente falsa: a meno che non intercorra un accordo per il loro utilizzo il loco, i padiglioni dovranno essere smontati a esposizione conclusa. È una regola introdotta dal Bie, il Bureau international del expositions proprietario del marchio Expo, per evitare che a manifestazione conclusa rimanga la classica cattedrale nel deserto. La stragrande maggioranza delle installazioni verranno smontare per essere ricostruite nei Paesi di appartenenza o in altri luoghi, assolvendo a funzioni utili alle comunità che li ospiteranno. Il padiglione Coca Cola, ad esempio, è destinato a Milano città, e si trasformerà in un palazzetto dello sport. Quello di Monaco, invece, prenderà la via dell’Africa, destinazione Burkina Faso, dove sarà adibito a centro di formazione per il primo soccorso.Ad eccezione dei padiglioni che rimarranno nell’attuale quartiere espositivo e si trasformeranno in qualcosa di diverso, gli altri verranno smontati (non demoliti) e rimontati in altro luogo.

10. All’Expo non va nessuno. I padiglioni sono deserti

In coda ai tornelli di Porta Triulza, l'ingresso ovest dell'esposizione universale

In coda ai tornelli di Porta Triulza, l’ingresso ovest dell’esposizione universale

L’Expo deserta è sicuramente la madre di tutte le bufale. La prima e l’ultima. Visto che l’evento di Rho è preda delle multinazionali, si mangia malissimo e a prezzi esorbitanti, visto che è il regno dello spreco e dello sfruttamento sistematico delle persone, e non ha portato un turista in più a Milano, non può che essere privo di visitatori. Una balla che mi sono sentito ripetere infinite volte da amici, parenti, conoscenti e perfino colleghi. Hai voglia a spiegare che non è così, che in certi giorni si fatica perfino a camminare tanta è la ressa e che per mangiare in certi ristoranti devi prenotarti con settimane d’anticipo. Proprio su questo aspetto ho avuto la conferma di quanto sia pericoloso il web come amplificatore di leggende metropolitane. In una delle tante discussioni sui social network a cui ho partecipato mi sono sentito dire: «Prova a scrivere su Google Expo flop… Vedrai quanti risultati ti darà il motore di ricerca…». E in effetti il risultato è impressionante: 646.000 pagine web. Ma la stringa di significato opposto, vale a dire «Expo successo», ottiene un numero di risultati quasi otto volte superiore, ben 4.430.000. Solo che a nessuno degli expottimisti viene in mente di utilizzarlo come prova per dimostrare la riuscita della manifestazione. Bastano i numeri: 10 milioni di biglietti fatturati ed emessi al 31 luglio, confermati anche dai dati sugli accessi fisici ai tornelli nella prima settimana di agosto, 100mila al giorno.

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