Tricolori, nastri, coccarde, scudetti: a guardare i banconi dedicati alla pasta nei supermercati verrebbe da credere che la maggior parte delle confezioni contengano spaghetti, penne e tortiglioni italianissimi. Sfortunatamente non è così. Anzi, la stragrande maggioranza della pasta che gli italiani consumano è ottenuta a partire da grano duro d’importazione. Soprattutto canadese e ucraino. Ma di tutto questo i consumatori non sanno nulla. O quasi. Per fortuna rispetto a tre, quattro anni or sono, in commercio si trovano linee di pasta che si fanno identificare come italiane al 100%. Oltre alle Igp (Indicazione geografica protetta), che cominciano ad essere numerose, storici marchi del settore come Voiello assieme ad alcune catene della grande distribuzione e a piccoli produttori locali, propongono prodotti a filiera trasparente e garantita. In questo caso, a differenza dell’olio extravergine d’oliva, non c’è alcuna norma che vincoli il produttore a dichiarare l’origine della materia prima utilizzata, dunque c’è da presumere che, ove non sia indicata, si tratti di maccheroni che di italiano possono avere al massimo la confezione.
A scanso di equivoci è sempre bene leggere con la massima attenzione le etichette. Ed è quel che ho fatto, vestendo i panni del Casalingo di Voghera e acquistando le marche più note di pasta, in commercio nei punti vendita della città nota per gli omonimi peperoni (ecco il link dove si racconta com’è stata salvata la varietà autoctona data ormai per scomparsa). Per una volta mi sono permesso il lusso di assegnare anche dei voti alle etichette che ho censito, in tutto 25. Non ho certo la pretesa di coprire l’intero settore. Ci mancherebbe. Si tratta di un campione rappresentativo dei brand che possono finire nel carrello della spesa di una qualunque casalinga italiana.

punteggi-pasta-CdV

 

Per attribuire i voti alle diverse marche ho utilizzato una griglia che tiene conto di quattro criteri: leggibilità, trasparenza, tracciabilità della filiera e rintracciabilità del produttore. Per ciascuno ho stabilito dei punteggi. I voti della leggibilità, ad esempio, vanno dallo 0 attribuito alle etichette poco o per nulla leggibili, al 2 per quelle chiare e leggibili in ogni parte. Non vi tedio con l’elenco completo dei punteggi: lo potete vedere da  una delle immagini che compaiono nello slideshow in testa al post. Qui sotto la tabella riassuntiva con tutti i dati che ho rilevato: prezzo, peso, proteine e via dicendo. Ecco cosa è emerso.
PREZZO E PROTEINE. Mettendo su uno stesso grafico i prezzi della pasta e il loro contenuto di proteine ho fatto una scoperta interessante: non c’è una relazione diretta fra le due variabili. La Voiello, che costa un euro e 28 centesimi al chilogrammo e si colloca nella parte bassa della curva, ha il contenuto di proteine più alto, 14,5 grammi ogni 100. La Voiello, marchio di proprietà della Barilla, incidentalmente è una delle paste confezionate a partire da grano Aureo coltivato esclusivamente in Sicilia. Dunque è 100% italiana.
IL MADE IN ITALY NON COSTA DI PIU’. Ma i dati che ho raccolto smentiscono una bufala gigantesca, utilizzata spesso dalla grande industria alimentare per giustificare la scelta di approvvigionarsi all’estero di materie prime. I prodotti tutti italiani non costano più degli altri. Anzi, anche includendo le paste a indicazione d’origine – nel nostro caso la Rigorosa di Gragnano, Grano Armando e la Fiorfiore Coop di Gragnano – ben 7 sulle 10 più care non sono fatte a partire da materia prima nazionale. La prossima volta che qualcuno vi racconta  che i prodotti 100% made in Italy sono troppo costosi siete autorizzati a dargli del bugiardo.
SOLTANTO SEI PROMOSSE. E veniamo ai voti. Tra le 25 marche che ho censito, appena 6 meritano la promozione: Fiorfiore Gragnano Igp Coop, Grano Armando, 100% Italia Coop, Voi (una comakership Iper-Coldiretti), Rigorosa di Gragnano e Voiello. Tre sono le «rimandate», per la precisione  Barilla, Il gusto del grano ed Esselunga. Le altre hanno preso voti non superiori al 4. In taluni casi il punteggio basso è dovuto anche alla scarsa leggibilità delle etichette, tanto che per decodificarle sono ricorso a una lente d’ingrandimento. E siccome escludo che i consumatori la portino con sé al momento di fare la spesa, è come se mettessero nel carrello un prodotto totalmente opaco anziché trasparente.

Leave a Reply