Italiani sì. Ma non troppo. I prodotti a Indicazione geografica protetta, Igp in sigla, spesso sono legati al nostro Paese soltanto dal nome. E dalla ricetta. Metti nel carrello la Mortadella Bologna, lo Speck dell’Alto Adige, la Burrata di Andria, oppure la Bresaola della Valtellina? Bene. Preparati ad assaggiare la legione straniera delle materie prime.

Per capire come questo sia possibile bisogna fare un passo indietro. Il marchio Igp identifica i prodotti agricoli e gli alimenti per i quali una ben determinata qualità, la reputazione o un’altra caratteristica dipende dall’origine geografica. Dal luogo a cui sono legati per tradizione e abitudine d consumo. Possono essere ortaggi, frutti e preparazioni alimentari la cui produzione o trasformazione avviene in una zona ben precisa d’Italia. Può trattarsi di un’area ben delimitata, una o più province o addirittura anche di un’intera Regione,come nel caso dell’olio extravergineToscano Igp.

I bollini Igp e Dop

Tutte le referenze alimentari che si fregiano del bollino Igp – distinguibile per i colori giallo e blu – devono avere un disciplinare di produzione che regola tutto: il luogo di trasformazione, gli ingredienti,la ricetta,la tradizione storica.O almeno,dovrebbe regolare tutto. Già, perché in realtà è così fino a un certo punto. A differenza delle Dop (Denominazione di origine protetta), che si riconoscono per il bollino giallo e rosso, le Igp non sono vincolate a materie prime provenienti dalla zona d’origine. A meno che non si tratti di prodotti agricoli tal quali, come il cappero di Pantelleria, la castagna di Cuneo, la cipolla rossa di Tropea, legati per disciplinare a un’areale fisico di produzione con confini ben delimitati, le preparazioni alimentari con il contrassegno gialloblù possono approvvigionarsi di materia prima dove vogliono.

IL CAOS DEI DISCIPLINARI

Lo si capisce chiaramente leggendo i disciplinari, ma l’operazione non è semplice. Tutt’altro. Non tutti sono accessibili sul sito web dei consorzi di tutela.Così, l’unica fonte certa è il portale della Commissione europea (qui il link). Ma vi si trova un po’ di tutto: disciplinari dattiloscritti e salvati in formato immagine, domande in cui i consorzi chiedono il riconoscimento dell’indicazione geografica, modifiche ai disciplinari più datati, elencate però in maniera tale che per capire di cosa si tratti bisogna salvare sul proprio computer il documento in formato pdf e poi aprirlo. In caso di cambiamento del disciplinare di partenza può accadere anche di non trovare il nuovo emendato, ma solo le modifiche successive.

Ma è soltanto l’inizio. Non c’è un disciplinare uguale all’altro, né come forma grafica né tantomeno come disposizione dei contenuti. Se poi li si legge per capire quale sia l’origine delle materie prime utilizzate, c’è da farsi venire il mal di testa. Tranne pochi casi, tre o quattro in tutto, trovare il luogo di coltivazione o allevamento degli ingredienti utilizzati, assomiglia molto ad una caccia al tesoro. Nell’era dei big data è inaccettabile imbattersi in un caos simile. Quando la Commissione Ue deciderà di intervenire sarà sempre troppo tardi.

INGREDIENTI, RICETTA E LUOGO DI TRASFORMAZIONE

Leggibilità a parte trovo tutto ciò incredibile ,visto che la materi aprima, oltre al luogo di trasformazione e alla ricetta tradizionale, è uno dei tre elementi su cui si basa la concessione dell’indicazione geografica. E per prodotti nel cui nome c’è quasi sempre il toponimo del luogo a cui fanno riferimento, non è poco.

La situazione è quella che i lettori del blog possono vedere nella tabella qui a fianco che comprende le Igp più diffuse e le più note sulle 123 indicazioni geografiche riconosciute dalla Ue al nostro Paese. Sulle 22 che ho censito solo tre, l’Aceto balsamico di Modena, la Finocchiona e il Lardo di Colonnata, dichiarano in maniera chiara e comprensibile l’origine interamente italiana degli ingredienti.

In tutti  altri casi ho avuto difficoltà perfino io, che vivo di etichette, a capire la provenienza. Fa eccezione il Prosciutto di Norcia che scrive papale papale: «Non vi è limitazione geografica all’origine dei suini». Possono arrivare cioè da ogni parte del mondo. Nella stragrande maggioranza dei casi l’indicazione dell’origine è del tutto assente. E non scriverla, nella semiotica comunitaria, equivale a dire che non sussiste alcun vincolo.

IL GIALLO DI PARMA

E non manca nemmeno un vero e proprio giallo. Quello della Coppa di Parma, un salume che ha ottenuto il bollino giallo-blu l’8 novembre 2011. Nel disciplinare scaricabile sul portale della Commissione europea si parla di «carni provenienti dal tipico suino pesante italiano», mentre nel disciplinare consultabile fino a venerdì 19 maggio 2017 (da allora la pagina è offline) sul sito del consorzio di tutela (ecco il link),  non c’era un riferimento esplicito alla provenienza della carne. E altre versioni del medesimo disciplinare accessibili sul web parlano di «suini nati in Italia e macellati nel territorio riconosciuto per le Dop Prosciutto di Parma e Prosciutto San Daniele». Se si trattasse di uno dei tanti «finti salumi» made in Italy che affollano i banconi dei supermercati, sarebbe naturale non riuscire a risalire al luogo di allevamento dei maiali. Da una Igp mi aspetterei ben altro. E mi chiedo come mai gli organismi di vigilanza non siano già intervenuti. A cominciare dall’Ispettorato centrale repressione frodi del Ministero. Tanta approssimazione non è tollerabile.

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