Il falso made in Italy a tavola fatto fuori dal nostro Paese vale 60 miliardi di euro. A fare i conti per prima è stata la Coldiretti di Sergio Marini che all’inizio ne stimava un po’ meno: 50 miliardi. Poi sono venuti gli altri. E ora, perfino il ministero delle Politiche Agricole da questa cifra. Ma dietro questo numero se ne celano altri, ugualmente preoccupanti. Armato di carta e penna, come una qualunque casalinga che si trovi a fare i cojti di casa, provo a metterli in fila..

IL LAVORO CHE MANCA. Il fatturato dell’industria alimentare italiana è pari a 134 miliardi di euro. Dunque il tarocco rappresenta circa il 44,8%. Sempre secondo la Coldiretti se queste produzioni si svolgessero in Italia avremmo circa 300mila occupati in più. Il numero è attendibile ma irrealistico e per due motivi: innanzitutto i grandi Paesi taroccatori, parlo di Stati Uniti e Germania, hanno interesse a mantenere lo status quo (più avanti spiego perché) e in secondo luogo una fetta consistente dei falsi cibi italiani non potremmo replicarli giacché si tratta di bufale impressionanti che con la nostra tradizione alimentare poco o nulla hanno a che vedere. Circa un terzo del falso made in Italy potrebbe però tornare a casa anche domani, come produzione. In questo caso riguadagneremmo fatturato per almeno 20 miliardi di euro, che significherebbe 100mila nuovi occupati e anche parecchie tasse in più fiite nelle casse dell’Erario italiano, Già, perché l’industria del tarocco frega tutti: le nostre imprese, gli agricoltori, i lavoratori che hanno perso il posto oppure non l’hanno mai trovato. E pure il Fisco.

PIANGONO PURE LE CASSE DELLO STATO. Al netto delle imposte sugli utili i mancati introiti fiscali sulla quota di tarocco che potremmo convertire in vero made in Italy, ammontano almeno a 8 miliardi di euro, 10 includendo nel calcolo le ritenute sul lavoro. Questi calcoli, però, diventano pura accademia, visto che gli Stati Uniti, con il Trattato transatlantico sul commercio e gli investimenti, il TTIP, non solo non vogliono riconoscere le nostre Dop, ma pretendono addirittura che apriamo le frontiere ai cloni a stelle e strisce. E neppure l’altro grande taroccatore, in questo caso di materie prime, cioé la Germania, rinuncerebbe tanto facilmente a venderci ad esempio latte della Baviera e cosce di suino, queste ultime destinate a diventare prosciutti «italiani». Soprattutto dopo che l’Unione europea ha abolito l’obbligo di indicare in etichetta lo stabilimento di produzione o confezionamento dei cibi.

MA C’È ANCHE IL FINTO. In realtà, oltre al falso made in Italy, c’è pure il finto. Si tratta di tutti quegli alimenti ottenuti a partire da materie prime d’importazione che però acquisiscono il passaporto italiano nel momento in cui vengono lavorate o soltanto confezionate nel nostro Paese. I prosciutti tedeschi e danesi, l’olio extravergine spagnolo, tunisino e marocchino, la pasta, il riso, il latte a lunga conservazione… L’elenco e molto lungo e alla fine rappresenta circa un prodotto su due di quelli che mettiamo tutti i giorni nel carrello della spesa. Sui 134 miliardi di fatturato totale, almeno 70 sarebbero di finto made in Italy.

AGRICOLTORI FREGATI. In questo caso il furto d’identità avviene a danno del primo anello della filiera, gli agricoltori. E visto che il valore delle materie prime pesa circa il 15% sul prezzo finale, mancano all’appello 10 miliardoni di euro abbondanti. Cifra destinata però a crescere nel momento in cui i big dell’industria alimentare decideranno di delocalizzare pure la trasformazione delle materie prime straniere. Perché imbottigliare qui il latte della Baviera? E perché mai non produrre, in Paesi a basso costo della manodopera, la pasta fatta con grano ucraino e canadese? Ho paura che dietro i richiami alla internazionalizzazione si nasconda anche la delocalizzazione del made in Italy a tavola. Ma se così fosse ci troveremo a contabilizzare dei nuovi «meno» nelle tre voci pesanti della filiera: il fatturato dell’industria, l’occupazione, gli introiti fiscali. E ci riscopriremo tutti un po’ più poveri.

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