Due marchi storici dell’olio extravergine italiano vanno a processo negli Stati Uniti. Dopo il rinvio a giudizio di Carapelli un giudice californiano ha accolto la class action intentata contro la Salov per le etichette dell’olio Filippo Berio. L’accusa è semplice, come spiega l’autorevole testata online Olive Oil Times: l’azienda «dà risalto sull’etichetta alla provenienza italiana del prodotto, imported from Italy, minimizzando invece la vera origine della materia prima». L’etichetta posteriore della bottiglia d’olio incriminata riportava infatti la dizione «Imbottigliato in Italia con oli extravergini selezionati da Italia, Spagna, Grecia e Tunisia». Ma questo evidentemente, secondo i giudici della Corte federale della California, non basta, perché il consumatore potrebbe essere indotto a ritenere che si tratti di olio italiano. Le parole magiche «importato dall’Italia» qualificano insomma un prodotto la cui origine dovrebbe essere italiana al 100%. È questa la tesi del ricorrente che ha avviato la class action, un certo Rohini Kumar. Tesi accolta dai giudici americani. In realtà c’è anche dell’altro: secondo Kumar la bottiglia di Berio conteneva pure olio raffinato, oltre all’extravergine, ma non è chiaro se sia stata la cattiva conservazione a far degradare il prodotto. Anche su questo si pronuncerà la Corte federale.

IL SUICIDIO DELL’EXTRAVERGINE ITALIANO

La diffidenza degli americani verso l’extravergine proveniente dallo Stivale è esplosa lo scorso anno quando il New York Times ha pubblicato una serie di vignette che ci accusavano di essere dei taroccatori. «Extra virgin suicide: the adulteration of italian olive oil», titolava il quotidiano Usa, ricostruendo i passaggi della falsificazione grazie alla quale olio di svariata provenienza assume il passaporto tricolore (a questo link i dettagli della vicenda). E non escludo che dietro a tanto zelo vi possa essere l’intento di mettere in difficoltà il made in Italy, anche quello vero, che rischia di acquisire quote di mercato crescenti negli States. Resta il fatto che alla base delle class action intentate contro gli oli Berio e Carapelli c’è un ragionamento difficilmente confutabile: il marchio è italiano, il prodotto si qualifica come «importato dall’talia» e riporta solo in piccolo, per di più nel retro della confezione, la vera origine della materia prima. Un consumatore potrebbe essere indotto a credere che sta mettendo nel carrello un extravergine italiano al 100%.

LE ETICHETTONE DEL MINISTRO ROMANO

Guardacaso si tratta del meccanismo che governa pure la spesa degli italiani, visto che appena il 4% dichiara di leggere con una certa attenzione l’etichetta. Un problema a cui si tentò di porre rimedio nel 2011 quando l’allora ministro dell’Agricoltura Francesco Saverio Romano emanò un decreto sull’etichettatura dell’olio extravergine che imponeva di indicare sul fronte e non sul retro della confezione l’origine della materia prima. Ma il decreto sulle «etichettone» non fu mai pubblicato in Gazzetta Ufficiale per l’opposizione dell’industria (qui l’intera vicenda). E così le confezioni sono rimaste com’erano. Oscure ai più.

Vale la pena di ricordare che stiamo parlando comunque di due marchi non più italiani. Carapelli, assieme a Bertolli e Sasso, è di proprietà del gruppo spagnolo Deoleo – recentemente acquisito però dal fondo inglese Cvc partners – mentre la Salov è stata acquistata dalla cinese Bright Food, di proprietà statale.

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