Dopo lo scandalo del Pinot Grigio di Broni fatto con Riesling e Chardonnay e il fallimento della storica cantina La Versa, sull’Oltrepò in bottiglia si abbatte una nuova tegola: salta l’edizione 2016 di Oltrevini, storica rassegna che si è tenuta a Casteggio da quarantacinque anni a questa parte. Ufficialmente slitta a maggio 2016. «Tenuto conto anche delle disavventure accadute negli ultimi mesi ad alcuni viticoltori e alle cantine», ha spiegato a La Provincia Pavese il sindaco di Casteggio Lorenzo Callegari, «ne abbiamo approfittato per spostare la rassegna a maggio, in un momento più gradito agli operatori rispetto a quello convulso della vendemmia. L’idea è di crescere e migliorarci».

Il cammino del gambero

Crescere e migliorarsi. In realtà c’è la sensazione diffusa che l’Oltrepò stia percorrendo il cammino del gambero. Dietro un ottimismo di facciata che convince sempre meno c’è l’amara realtà di una delle capitali europee del vino citata come esempio di pessima gestione perfino da Slowfood. Ed è inutile far finta che tutto proceda per il meglio, visto che la resa dei conti deve ancora arrivare. A Broni sono attesi tuttora i 300 avvisi di garanzia per lo scandalo del Pinot Grigio tarocco, mentre a Santa Maria della Versa resta da capire se l’omonima cantina possa ancora avere un futuro. E non è rimuovendo la percezione di questi problemi che si può ripartire.

La capacità di fare squadra

Gianni Fava

Gianni Fava

Sono sempre più convinto che abbia ragione l’assessore regionale all’Agricoltura della Lombardia Gianni Fava, che ho intervistato lo scorso mese di luglio. Il bandolo della matassa sta nella capacità dei produttori e delle cantine di fare squadra. Intanto superando le divisioni che hanno provocato la spaccatura del Consorzio di tutela della Doc da cui è nato il Distretto del vino di qualità con una revisione della governance, come ha chiarito Fava. Ma questo non basta. I vignaioli dell’Oltrepò devono capire che il successo arride quando il nettare di Bacco diventa l’ambasciatore di un territorio, delle sue bellezze e soprattutto delle esperienze che riesce ad offrire. Cantine, alberghi, ristoranti, agriturismi ma anche caseifici, salumifici e perfino allevamenti e produzioni tipiche della terra: il business è unico e i clienti sono gli stessi.

Il prodotto da vendere è uno solo

I prodotti da vendere non sono cinquecento, come le etichette dei vini locali. Non sono le sole cure termali del boccheggiante stabilimento di Salice. Non è il peperone di Voghera o il salame di Varzi. Non sono i posti letto che gli alberghi salicesi superstiti faticano sempre di più a occupare. Non è la Molana della Valle Staffora o la ciambella di Staghiglione. Il prodotto è uno solo: l’Oltrepò Pavese. E la logica è quella del marketing territoriale: disegnare cioè il territorio attorno ai prodotti e alle unicità che può offrire. Ciascun operatore economico – cito ancora Fava – deve capire l’importanza di fare un passo indietro come singolo per scommettere sul territorio.

Ultima chiamata per il rilancio

La prima vera occasione sarà il tavolo per il rilancio dei vini d’Oltrepò che l’assessore regionale lombardo ha annunciato per questo mese di settembre. Un’occasione letteralmente imperdibile. Il Bonardashire è all’anno zero. Deve dimostrare di avere il coraggio di ricominciare daccapo con determinazione. Un appuntamento irrevocabile cui sono chiamati innanzitutto i numeri uno dei due soggetti che agiscono sul territorio: Fabiano Giorgi, presidente del Distretto del vino di qualità e Michele Rossetti, omologo del Consorzio di tutela vini Doc. Assieme ai rappresentanti delle categorie coinvolte nell’accoglienza: albergatori, ristoratori e commercianti. Probabilmente quella di Fava è l’ultima chiamata per il rilancio. La partita è tutta da giocare e l’arbitro sta per fischiare l’inizio.

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